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spaziotempo – la prima puntata. buona lettura
Ebbene sì… la febbre mi ha fatto partorire questa piccola storiella (in 3 puntate, oggi la prima). Buona lettura.
“spaziotempo“ – Puntata I / III
- in discoteca -
Si confondeva con quei repressi incapaci.
il movimento strozzato in pancia e la paura di muoversi, gli altri
ma chi glielo fa fare, pensava. E’ una condanna, anzi peggio
è una loro scelta, dannati.
ma non lui. nemmeno per un’attimo. in quel tempo (dieci minuti da un’ora)
godeva il contatto del muro ruvido dilatato dalle vibrazioni
del tempo che un perdigiorno dall’altare del suo fallimento si
illudeva di governare.
lui la musica la conosceva, lui.
“hai bevuto tanto, eh?!” – il giusto.
ma anche le bruciature di sigarette sui dorsi delle mani
un calore pieno al cuore, e non sorrideva per non commuoversi.
cellule al tempo di musica in pista, agglomerato di carne calda, viscida e salata
pausa finita riprende a ballare. l’odore del sudore. la musica, il movimento e null’ altro.
e poi arriva sempre quel pezzo. si blocca, si gela i muscoli e le pupille
si stringono in un turbine. con i polpastrelli cerca il muro trovandolo.
troppi ricordi risalivano nella sua coscienza, impossibile coordinare i movimenti
a quel punto, con la testa tanto piena.
lui la musica la conosceva, lui…
– “hai bevuto tanto, eh?!” – il giusto
…e quella melodia non poteva ballarla
– “il giusto”, rispondo
– lei: ”senza il muro dietro cadresti”
le sorrido, annuisco, cin cin e mi prende la mano per trascinarmi in pista.
ragazza, ma chi ti conosce?!
ritraggo il braccio e lei stupenda mi chiede scusa e balla. per me.
gli altri, dannati, mi lanciano furtivi sguardi e sanno che non potranno mai ambire
nemmeno nei loro sogni a tanto. continuano a farsi del male. li abbraccerei se solo
vivessimo in una società altra da questa.
e lei sinuosa si muove in penombra, ombra cinese con le braccia aperte e il mento
sollevato a cercare aria ed accecarsi di luce.
era davvero il momento di uscire di scena e trovare uno straccio di pace.
solo il tempo di spostarle i capelli dall’orecchio e sussurare
il mio pensiero alla solita giovane sconosciuta
– “ti muovi male sulla musica”
il solito sguardo al quale ormai ero abituato, poi d’ improvviso abbozza una delle solite
peggiori espressioni che quando eravamo bambini abbiamo imparato ad appiccicarci in faccia
nel tentativo di difenderci ferendo.
– “lasciati penetrare dai suoni, almeno più facilmente che dagli uomini”
Finse di non capire, continuò a fingere di ballare; la reazione più scontata.
uscendo rivolgo l’ ultimo sorriso ai dannati, ai più intrepidi di loro, stanotte, forse,
potrà andare bene. potranno godere della sua vendetta.
il guardaroba mi mette sempre tristezza, tanti cappottini tutti ammassati insieme,
di persone che non si conoscono… mi hanno fatto marcire parti del cervello con certi documentari sull’ olocausto
evidentemente somministratimi troppo presto.
la guardarobiera mi strappa dalle mani il numerino e ritorna abbracciata al mio giaccone,
sono sudato e la sciarpa è d’obbligo, avrei dovuto portarla. maglione sulla bocca, pugni stretti
e corsa fino alla macchina, mi chiudo dentro, il freddo più freddo; la discoteca, un ricordo lontano.
chiudo gli occhi un’istante afferrando quel fischio primordiale perpetuo nella testa,
il suono dell’universo che si espande.
e io ci sono in mezzo.
la prossima puntata uscirà un giorno di questi

